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Bio

Alessandro Marziano è nato nel 1977 a Catanzaro. Dal 1994, si trasferisce a Roma per gli studi di architettura e dove tutt’ora vive e lavora.

Figlio del pittore Giovanni Marziano, dipinge da sempre, il trasferimento a Roma gli ha consentito di studiare dal vero i maestri dell’arte italiana antica e moderna. Inizia l’attività espositiva collaborando con gallerie romane (il Leone, InQuadro), con la galleria Gagliardi di San Gimignano e con la galleria Casa d’arte di Bra (CN).

Attualmente ha avviato una serie di mostre in Spagna, prima nazione europea a considerare il realismo come «arte contemporanea», fatta di tradizione del mestiere e innovazione dell’idea che sottende.

Ha collaborato attivamente con la bottega del padre nella realizzazione del mosaico absidale della Basilica Minore di Squillace (200mq) e delle pitture murali della stessa Cattedrale.

E’ autore del ciclo di opere in bianco e nero dedicate alla città di New York, opere che gli hanno dato una visibilità internazionale. L’ultima esposizione, in ordine di tempo, dal titolo «talis pater», è stata presentata alla casa d’arte Miglio di Catanzaro come prima tappa di una serie di mostre itineranti, a testimonianza di un percorso artistico parallelo con il padre. E’ di questi giorni l’invito ad esporre nella capitale del Tagikistan, in un evento di risonanza mondiale organizzato dalla presidenza della repubblica popolare Cinese in collaborazione con l’omologo dello stesso Tagikistan, acquisendo la qualità di ambasciatore di pace attraverso l’arte.

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La solitudine delle cose ed il sorriso della bellezza nella pittura di Alessandro Marziano

Alessandro Marziano è pittore da sempre, per patrimonio genetico e per studi specifici, approfonditi con passione e tenacia, fino a padroneggiare le tecniche del disegno e della pittura ad olio, del pastello, della china e dell’acquarello.

Dopo un lungo ed attento tirocinio dedicato quasi esclusivamente alla matita, ora i suoi lavori sono l’espressione di un sapiente collegamento fra la tradizione della “buona pittura” ed il sofferto spirito del nostro tempo, sono il frutto di un confronto incessabile tra continuità e cambiamento. Tradizione ed innovazione si coniugano così come riescono a fondersi l’acuta osservazione del suo sguardo sul reale con l’indispensabile contributo emozionale del suo cuore. Ne emergono dipinti, di rara e sorprendente bellezza, certamente collegabili al realismo esistenziale di Ferroni, Banchieri, Vespignani, ma unici nella lettura di una “iperrealtà” dell’occhio e dell’anima, unici come unica e singolare è l’emozione che guida la mano di Marziano.
Il suo ciclo di opere, che potremmo definire “La solitudine delle cose”, chiarisce in modo impeccabile il concetto di quadro come emozione e verità degli oggetti: un cartone da imballo lacerato fa da sfondo ad una rosa tenuta in piedi da un poco di nastro carta; un’altra rosa, conservata come reliquia di tutti gli amori appassiti, fuoriesce da una busta da lettera mai spedita; un’altra busta ancora (o forse la stessa?) è appesa ad un muro scrostato ed il suo chiaroscuro allude ad una fonte di luce fuori dal quadro. E le cose non raffigurano più soltanto se stesse. Diventano altro: realtà e memoria, simbolo, metafora. Il sentimento di sottile malinconia, che pervade il nostro tempo, si insinua tra oggetti di vita quotidiana, tra le cose dello studio e ne racconta il lato invisibile agli occhi, l’altra faccia della luna: il mondo visto dalla parte del cuore… Dipingere così è superare il pudore di leggere a voce alta il proprio diario segreto, di affidare ai quadri ed a chi deciderà di appenderli in casa la sfera più intima di sé. Marziano dispiega tutta la sua raffinatezza nell’evocazione dei suoi “muri” : che sia un frammento di fregio floreale o un brandello di tappezzeria demodé, nasce l’emozione inquietante rappresa in queste immagini, nasce quella poetica opposizione, quello stridore drammatico tra la fatiscente precarietà delle cose, degli stralci di abitazioni e l’immancabile fissità monumentale della forma che blocca ogni frammento e lo trasfigura in paradigma di una situazione esistenziale di emarginazione e solitudine. In questa conturbante iconografia si configura la storia collettiva di racconti sovrapposti a racconti ed insieme la storia personale di chi segue il filo della propria memoria ed il richiamo del proprio cuore, rievocando per gradi o riportando di colpo in superficie immagini remote. Senza retorica, la poetica dell’oggetto viene superata dalla delicata visione interiore, dalla sensibilità sociale, talvolta semplicemente dalla poetica della memoria, anche se è una memoria dell’oggi, una ricerca di documenti che diventeranno memoria e che vivono con una complessità di significati. E Marziano, quadro dopo quadro, ha un piglio d’autore drammatico e nel contempo una delicatezza da poeta elegiaco sempre capace di concentrare l’azione o di elevare a poesia anche un pilastro di cemento.

Nelle opere più recenti, Marziano continua ad affrontare la tematica delle composizioni con oggetti utilizzati ironicamente come metafora e frammenti di spot pubblicitari, fissati nella mente come jingles che canticchi anche involontariamente.

Contemporaneamente, non si è mai interrotto lo studio dei dettagli di figure, che raccontano tutta la fatica, il sudore e le lacrime sottese allo spettacolo finale di un passo di danza o di una evoluzione ginnica. Come in una sorta di backstage immaginario, che non si ferma all’apparenza, ma penetra l’anima e la mente di chi consuma, in una rappresentazione di pochi minuti, anni di costante esercizio e incessante allenamento, Marziano ci parla della folla dei pensieri di chi, nella scena, mostra soltanto il sorriso della bellezza.

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